giovedì 23 maggio 2013

Montelabate e i suoi castelli

Questo itinerario ci porta indietro nel tempo nel periodo più oscuro del medioevo, quando, dopo la caduta dell'impero romano anche in Umbria le terre erano abbandonate.
Siamo a circa 20 km nord da Perugia, in località Montelabate.
A sovrastare la zona che è tutta un rincorrersi di colline, vi è l'Abbazia di Santa Maria di Valdiponte, oggi nota come Abbazia di Montelabate: un antico complesso monastico benedettino di stupefacente bellezza!
C'è un anello di circa 7 km che si snoda fra quelli che un tempo erano i vasti possedimenti dell'abbazia. Ci sono stata in una bella giornata di sole.
Mi è sempre piaciuto qui, mi ci portavano da bambina a prendere il fresco lungo il torrente Ventia,  un luogo familiare dato che il mio nonno materno nell'immediato dopoguerra percorreva la vallata della Ventia regolarmente per recarsi da Gubbio a Perugia in cerca di lavori come muratore; mi sembrava un posto segreto da piccola, ancora lo è credo; più di una volta ci sono tornata da adulta clandestinamente, quando ancora la sentieristica non era tracciata, cercando sempre di "violare" le mura dell'abbazia, ma non mi è mai riuscito di entrarci regolarmente, ( a tutt'oggi è visitabile solo su prenotazione). Tutto questo non ha fatto altro che accrescere in me l'immaginazione sulla storia antica di questo posto.
Come dicevamo, nell'alto medioevo, i monaci benedettini, fedeli alla regola Ora et Labora, si insediarono in queste terre recuperandole e offrendo protezione alle persone che accettavano di lavorarle. I monaci assegnavano dei terreni da coltivare, con contratti detti “enfiteutici” o “di livello” per i quali i lavoratori dovevano dare dei beni in natura al monastero quali: uova in occasione della Pasqua, una spalla di maiale per la festa dell’Assunzione e quattro capi di pollame per Natale.
Questi tributi venivano poi, ridistribuiti tra i più poveri; infatti ai monaci, le regole, impedivano di vivere del lavoro altrui e di mangiare carne.
Così facendo, a partire dalla fondazione risalente al 996, fino al XIII secolo, all’apice del suo prestigio, l’Abbazia divenne la più grande potenza religiosa ed economica del perugino: contando 30 chiese parrocchiali e 20 castelli.
Durante l'escursione si possono osservare i campi della antica proprietà fondiaria, in parte ancora produttivi e rigogliosi di olivi, i ruderi delle mura di uno dei tanti castelli (chiamato il castellaccio) oggi completamente colonizzato dagli alberi, un tempo ricovero per i contadini, poi ancora, sulla cima di un colle a metà percorso circa, si scoprono i resti delle mura di Castiglion Fidatto, antichissimo presidio fortificato abbandonato nel Cinquecento fra le cui case venne stilato il testamento del 996 che consentiva all’Abbazia di prendere possesso dei numerosi terreni.
Lungo l'itinerario si scorgono anche segni di una storia più recente, 2 case coloniche: una ancora abitata al centro di una gran bella azienda agricola, un'altra abbandonata nel dopoguerra, casa Libraro, un escursionista attento può notare sotto uno strato di terra, la bella strada lastricata che conduceva a queste case.
Coi i bambini si può giocare a riconoscere gli arbusti più diffusi: ginestra, cisto, rosa canina, ginepro, rovi...; e poi si può far capire benissimo come e dove gli alberi hanno colonizzato gli antichi terreni agricoli medioevali: si aprono ogni tanto delle radure boscate di cerro e roverella che piano piano si sono mangiate i campi.
Dato il periodo di abbondanti piogge, il sentiero in molti tratti era fangoso, così abbiamo potuto osservare le tracce di molti animali ( cinghiali, istrici e caprioli), in un punto siamo incappati anche in una bella frana anche se facilmente aggirabile.
Ad un certo punto, in dirittura d'arrivo, sopraggiunge il classico rumore di un torrente: è la Ventia che poi si fa vedere e si deve guadare due volte.
Nei punti più panoramici dell'itinerario si apre un’ampia vista, dietro la sagoma imponente dell'abbazia sorge lontana Perugia con il suo inconfondibile "skyline", e continuando ecco la vista del Monte Tezio e Monte Acuto sulla sinistra, con l’Appennino umbro-marchigiano sulla destra ( il Monte Cucco e il Catria).
In tutto questo giro non si perde quasi mai di vista l'abbazia, fra le cui mura molte storie si sono avvicendate.
Mi piacerebbe molto approfondire finalmente la visita al suo interno e apprezzarne la valenza architettonica. Durante l'escursione si possono già apprezzare degli elementi: intanto è riconoscibile l'impiano generale romanico-gotico, si vedono bene la facciata con un grande portale ad ogine, sormontate da un rosone in travertino, il campanile squadrato e tozzo con un ordine di colonnine sempre in travertino, la fiancata imponente, si intuisce il perimetro del monastero che lascia a nord la chiesa e si chiude attorno ad un chiostro che dovrebbe essere bellissimo, celato al suo interno!
Il prossimo 1 giugno l'abbazia aprirà le porte ai visitatori ( dal 1956 tutta la proprietà è della Fondazione Gaslini di Genova) e mi piacerebbe esserci!
Altre foto dell'intera escursione.






mercoledì 15 maggio 2013

Annibale al Trasimeno, se ci crediamo capiremo!

Comincio a chiedermi cosa e chi sto cercando. Forse Annibale non è un uomo, è una malattia. E noi siamo solo gli ultimi di una processione di allocchi venuti in pellegrinaggio su queste pietraie alla ricerca del nulla. Così attacca Paolo Rumiz nel primo capitolo del suo libro "Annibale Un viaggio" e più o meno così la pensavo anche io prima di domenica scorsa quando ho effettuato con la famiglia il percorso annibalico al Trasimeno nei pressi di Tuoro: un itinerario storico archeologico effettuabile a piedi o in bicicletta attraverso i campi che furono teatro dell’epico scontro tra romani e cartaginesi nel giugno del 217 a.c. durante la seconda guerra punica.
Ci andiamo perché Giosuè lo ha appena studiato a scuola e … quale occasione migliore per fargli condurre la visita?
Siccome si tratta di un circuito di 16 km, per prima cosa studiamo come tagliarlo un po', avendo a disposizione solo mezza giornata, senza danneggiare la forza evocativa dei luoghi che hanno reso celebre questo mito.
Alla fine decidiamo di percorrere l'itinerario così:
partenza dal paese di Tuoro sosta 10, segue la tappa 11 e poi a ritroso le tappe dalla 4 alla 9 seguendo l'anello di Sanguineto. In ogni piazzola di sosta ci sono 3 pannelli informativi in 4 lingue: un pannello riporta la mappa del circuito e la localizzazione attuale, in un altro ci sono immagini con approfondimenti scritti che riportano le fasi della battaglia e aiutano a calarle nel paesaggio attuale ( praticamente quasi intatto da 20
secoli), l'ultimo pannello mette a confronto, mediante delle infografiche, le 4 teorie principali sulla Battaglia ( Brizzi-Gambini, Susini, Fuchs-Pareti-De Sanctis, Nissen). Noi ci siamo meno interessati a quest'ultimo aspetto prettamente scientifico, mentre ci è piaciuto di più credere al mito, pur sapendo che qualche cosa poteva essere solo una leggenda; se ci crediamo capiremo, come dicevo nel titolo parafrasando le parole di Rumiz! Ci piacciono le narrazioni che questi luoghi riecheggiano da secoli e perché dovremmo non crederci? In fondo sono solo un pretesto per viaggiare nella memoria e questo è esattamente quello che in genere si cerca in un viaggio!

Al centro del paese di Touro per chi …avesse bisogno di una ripassatina sulla vicenda storica, si trova il centro permanente di documentazione sulla battaglia del Trasimeno, noi lo abbiamo trovato chiuso, sicuramente siamo piombati lì troppo presto di mattina..ma per fortuna c'avevamo Giosuè fresco di studi che ci ha introdotto nella cornice storica della battaglia, così siamo partiti in camminata esercitando anche l'immaginazione.
La passeggiata è superba, inutile dirlo, dal punto di vista naturalistico e le storie che si scoprono su questa vicenda molto interessanti e curiose, così provo a trarre qualche considerazione.
Intanto i romani, guidati da Flaminio, cadono in un'imboscata del tutto prevedibile, chiunque osservando da quassù la geografia del Trasimeno e delle sue colline capirebbe che sono un tenaglia naturale …ma i romani ci sono entrati dentro trovando la morte in 15 mila su 25 mila, proprio qui nella piana tra il lago e le colline.
Le truppe romane avvolte nella nebbia del mattino proprio non dovevano averci capito nulla di quanto stesse succedendo. I cartaginesi li attaccarono scendendo dalle colline, e fù una confusione massima!
Alla sosta 7 ( il punto in cui Annibale sferrò l'ordine di attacco) mi è venuto proprio da ridere, (sarò crudele a tifare per i cartaginesi?) da quassù i cartaginesi dovevano aver avuto ampia e bella vista sulla colonna romana che stava costeggiando la riva del Lago! Perché la trappola di Annibale avesse avuto successo, era necessario che la colonna dell'esercito romano fosse stata il più allungata possibile ed interamente esposta all'attacco,  da quassù li avranno visti sfilare uno ad uno al Malpasso ( sosta 2, un imbocco stretto alla riva del lago) ed entrare nella più grande imboscata della storia militare: la loro! Solo un fesso poteva entrarci! Leggendo cosa ci racconta Rumiz del suo viaggio accompagnato direttamente dal professor Brizzi, sembrerebbe esserci una spiegazione: secondo Brizzi i romani in guerra erano leali, ritenevano che in battaglia non si dovessero fare trucchi, ci si schierava in campo aperto e si combatteva e basta; Annibale, invece, essendo cartaginese era intriso di cultura greca, e per lui l'astuzia era una virtù di guerra. Giosuè conferma questa teoria, mi dice: "i cartaginesi erano furbi!" e così anche io avvaloro la tesi del Brizzi!
I romani non solo si trovarono in svantaggio numerico( i cartaginesi erano 60 mila mercenari fra cartaginesi, galli e iberici), ma per di più i due consoli che li guidavano ( Flaminio e Servilio) erano distanti tra loro e incapaci di collaborare, Servilio doveva essere arrivato a Foligno oramai ( percorrendo proprio la via Flamina fatta costruire dal collega), mentre Flaminio si trovava da solo al Trasimeno. Un grave errore che gli costerà la vita insieme ad altri 15 mila dei suoi!
Flaminio venne ucciso in combattimento nella piana del Trasimeno ( sosta 6) da un guerriero insubro dell'esercito cartaginese partito  a testa bassa verso di lui. Ducario si chiamava: un gallo. Secondo Livio fu lui a riconoscerlo nel mezzo della confusione della battaglia ( 85 mila persone che combattono corpo a corpo!) e a trafiggerlo. Livio scrive anche che gli taglio la testa.
Dicono che la salma sia rimasta in mano ai romani e seppellita nei pressi del Trasimeno, ma ti pare che in zona non ci sia da nessuna parte un reperto archeologico di questa tomba? Per me ha fatto la fine degli altri: spogliato dell'armatura, arso nelle camere di combustione per mano degli abitanti del posto che manco lo avranno individuato in mezzo agli altri corpi ( migliaia e migliaia tra romani e cartaginesi).
Alla tappa 9 si possono vedere questi forni di cremazione, fatti realizzare da Annibale vittorioso per "ripulire" la campagna dai corpi. Si chiamano ustrina. Se ne vedono le imboccature, sono scavati sotto terra, prevedevano un fuoco sulla base sottoterra e sulla imboccatura una griglia di legno sulla quale adagiavano i corpi che bruciavano insieme al legno.
Per noi questa è stata l'ultima tappa del percorso, dalla tappa 9 siamo ritornati al centro di Touro.
Dopo questa prima esperienza, sarebbe interessante seguire il cammino di Annibale in qualche altro luogo del Mediterraneo e continuare ad approfondire il mito e il contromito dell'imperialismo romano di ieri e di sempre: un bel viaggio!
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domenica 5 maggio 2013

Perugia e la sua via delle acque. Un'escursione a Monte Pacciano.

 
Oggi vi racconto storie d'acqua sulla mia città: Perugia. Una storia che risale all'epoca medievale, per quanto altrettanto interessante sarebbe parlare di come la città si organizzava nel periodo etrusco e romano per l'adduzione dell'acqua, ma la storia di oggi risale al 1254 quando il Consiglio Generale del Popolo del prosperoso Comune di Perugia decise di realizzare in piazza San Lorenzo ( l'attuale Piazza IV Novembre) una grandiosa fonte ( la Fontana Maggiore) unitamente al relativo acquedotto di adduzione. La fontana è il simbolo della città e chiunque la visiti ne va a conoscere la grandiosa opera artistica, ma io mi sono incuriosita all'aspetto idraulico e ho voluto seguire la via che le acque fanno dalle sorgenti alla città. Il progetto di riunire le sorgenti di Monte Pacciano, di costruire le necessarie cisterne e l'acquedotto fino alla città fu affidato a Fra Bevignate e all'ingegnere idraulico Boninsegna Veneziano.
Abbiamo fatto un’escursione lungo questo itinerario appassionandoci a …cosa c’è dietro al rubinetto di casa, eh sì perchè in realtà i conservoni di Monte Pacciano sono ancora usati oggi come riserva d’emergenza nei periodi di siccità. 

L’escursione si può effettuare in 3 fasi:



-        un trekking ad anello nella zona di MontePacciano nei luoghi della sorgente della Barigiana, della Conserva delle Vene, dei Conservoni Vecchi con relativa visita al museo delle acque. ( 3 - 4 ore)




-        un itinerario lungo il tracciato dell’acquedotto che attraversa la Valle della Conca: Sant’Orfeto, San Marco, Montegrillo, Ponte D’Oddi, fino al Monastero di Monteripido ( questo noi l’abbiamo effettuuato in macchina fermandoci nei luoghi panoramici in cui sono visibili le arcate dell’acquedotto, 30 minuti)




- la visita in città: si entra a Perugia per la Porta del Cassero e si arriva fino alla Fontana Maggiore passando per la famosissima Via dell'acquedotto. ( permanenza a scelta)









L'escursione inizia in prossimità della Conserva delle Vene ( in località San Marco, si seguono le indicazioni per monte Pacciano - museo delle acque), si trova un piccolo parcheggio dove si può lasciare la macchina e iniziare la camminata. 
Il bosco si alterna alle radure,  quando si giunge ad un'area nuda, incolta, assai ampia denominata Posto Bello ci si apre un panorama superbo su gran parte della catena appenninica, la media valle del Tevere, il Monte Subasio e tutta Perugia. Poi, più vicini si vedono Montenero, Montebagnolo, Montelaguardia e sulla destra chiude ancora Perugia, che si distende in tutta la sua bellezza medievale, facendo capolino tra le verdi colline.
A seguire in direzione di Montenero, Montebagnolo e Montelaguardia ci si inoltra in un bosco misto di conifere e di querce caducifoglie fino a che sbuca alla vista, vicina e imponente,
la sagoma del Monte Tezio in primissimo piano. Ora ci troviamo in un contesto di aree agricole con la presenza di qualche casale e da qui si può concludere l'anello in vari modi: si può proseguire fino alla Rabatta oppure riaddentrarsi nel  bosco godendosi le numerose specie arboree quali cerro, roverella, carpino, acero, corbezzolo e castagno ( noi abbiamo fatto così) giungendo in entrambe i percorsi ai vecchi conservoni e alla vecchia casa del custode delle acque che impediva furti e avvelenamenti e che ora è un museo.


La visita al museo delle acque ( aperto da maggio a settembre le mattine di  sab e dom) è molto interessante soprattutto per chi cammina con bambini, il museo è organizzato in due sezioni: una curata dal POST dedicata all'acqua come risorsa e l'altra dedicata a questa grande storia dei conservoni e dell'acquedotto di Perugia. Gli appassionati della storia di Perugia, potranno conoscere molte informazioni e aneddoti tra cui il più sorprendente è sicuramnete il fatto che l'acquedotto fu danneggiato per mano dell’uomo ( hanno dovuto ricostruirlo interamente 2 volte nel 1317 e nel 1884); molti infatti depredavano l’acquedotto per procurarsi il piombo delle tubature o addirittura ne deviavano il corso per garantirsi l’acqua sufficiente a irrigare i propri terreni. Nel 1641, ad esempio, si scoprì come il normale afflusso di acqua fosse impedito da tre diversi conventi di clausura della città, e in special modo dalle monache del convento di sant’Antonio di Padova.
Il museo aiuta a capire anche la natura delle acque conservate nei vari serbatoi: ce ne sono sorgive ( quelle della Conserva delle vene) e ce ne sono piovane ( quelle del Conservone Vecchio), un escursionista attento può intuirlo anche prima di apprenderlo all'interno del museo: il terreno della zona di Monte Pacciano è sabbioso, di tipo alluvionale quindi permeabile e presuppone un acquifero per porosità, invece il vicinissimo Monte Tezio è di origine calcarea e pertanto permette un acquifero per fessurazione dando origine alle sorgenti ( del Faggeto e della Barigiana).

Terminata la visita al museo, si può ripartire con la macchina sul percorso dell'acquedotto.
Sorprendono le arcate di Monte Spinello, le più alte, ne sono visibili 4 e per più di metà dell'altezza sono coperte di vegetazione.





Quando giungiamo in prossimità della porta del Cassero di Perugia, entriamo e andiamo a rivedere con occhi diversi la via delle scalette dell'acquedotto e la fontana, che se pur ce l'abbiamo davanti tutti i giorni non l'avevamo mai considerate da questo punto di vista.

Guarda altre foto dell'escursione.

 

giovedì 25 aprile 2013

Camminata sulle tracce della Brigata proletaria d'urto San Faustino


Quest'anno il 25 aprile lo abbiamo festeggiato così: alla scoperta della zona operativa della "Brigata Proletaria d'Urto San Faustino", la formazione partigiana nata già dal settembre del 43 nella zona di Pietralunga.
Organizzo questa escursione per i miei bambini, studiando molto bene e documentandomi con testi e foto in modo che per loro possa essere semplice immaginare questi giovani alla macchia, le loro facce, le loro azioni, le vicende. Ho chiesto aiuto all' ANPI di Pietralunga, che sapevo aveva organizzato già in passato questa escursione sui sentieri della resistenza, e ho ricevuto da Matteo Truffelli precise indicazioni sull'itinerario, così stamattina siamo partiti con il programma di percorrere da Montebello a Morena i sentieri usati dalle staffette per la consegna degli ordini fra i gruppi di Montebello, Cairocchi e Morena.



Ci troviamo quasi al confine con le Marche, si vedono vicinissime le vette dell'Appennino umbro-marchigiano oltre le quali al tempo operava la V Brigata Garibaldi, da qui si controllavano importanti linee viarie così la brigata San Faustino sin dall'inizio si dedicava ai sabotaggi, alle interruzioni stradali, agli attacchi ai presidi della milizia fascista della zona.
Lasciamo la macchina a Corniole, una località fra Pietralunga e Cagli. Da qui saliamo a piedi fino a Montebello, un colle su cui si adagia perfettamente nascosta una casa: il rifugio dei ragazzi di Montebello.

Qui c'è tempo per leggere qualche storia e riportare nel nostro diario alcune parole, quelle iscritte nella targa posta a memoria.
Poi scendiamo, è tempo di incamminarci in direzione della località di Morena. Morena, frazione nel comune di Gubbio, è stata la seconda sede della Brigata , subito dopo l’arresto, a San Faustino, del principale promotore della  Brigata il perugino Bonucci Bonuccio. Da Morena partivano gli ordini per i vari gruppi. A Morena i partigiani potevano contare sull'aiuto di un prete, il "prete bandito" Don Marino Ceccarelli.


Proprio su questa fetta di territorio si concentrarono i rastrellamenti delle truppe tedesche tra marzo e maggio del 1944, con gli alleati già attestati su posizioni non distanti dalla piana di Gubbio. La furia nazista colpì uomini, donne e ragazzi innocenti, incontrati per strada mentre tornavano dai campi e trucidati davanti alle proprie famiglie. Il borgo contadino di Morena fu dato alle fiamme, proprio per ritorsione contro i partigiani di don Marino. Neanche la chiesa fu risparmiata. Don Marino riuscì a fuggire, scampando un destino terribile, visto che i tedeschi minacciavano di volerlo appendere sulla croce del cimitero della sua frazione. E' morto da pochi anni: noi andiamo a vedere cosa resta di queste storie a Morena.


Il percorso è piacevole ( 7-8 km), qualche strappo di salita, ma del tutto affrontabile anche dalla nostra formazione ( 2 adulti, 4 bambini di cui 1 con passegino).
Il paesaggio ci cattura letteralmente, scesi dalle Corniole, dopo circa 1 Km, prendiamo una strada imbrecciata sinuosa che ci conduce in un operoso paesaggio agricolo, scorgiamo il vecchio mulino e poi su fino al paese.



Sulla starda troviamo un amico: un cagnolino che ci accompagnerà poi per tutto il ritorno. Sicuro di sè ci porta alla chiesa, eccola, ora perfettamente ricostruita, purtroppo non troviamo nessuno che ci racconta dal vivo le storie e allora ci sediamo nel prato e le leggiamo e disegnamo con gli acquerelli.
Non so se sono riuscita a far capire qualcosa di questa grande storia della Resistenza Altotiberina ai bambini, però ci ho provato, e adesso che scrivo e guardo ancora le foto di questi ragazzi della San Faustino, penso che c'è ancora un pò di onore nell'essere italiani. 

Tutte le Foto dell'escursione

martedì 5 marzo 2013

L'amore dietro al pagliaio

Rosa fresca aulentissima, è così che lo spasimante definisce la sua "madonna" nella tenzone di Cielo D'Alcamo, autore vissuto alla corte palermitana di Federico II nella prima metà del 13° secolo ritenuto tra i primi autori della letteratura italiana e così comincia anche a raccontare Tommaso Bigi al museo Le Garavelle sabato sera 2 marzo
Tutti riuniti al focolare ad ascoltare.
Dovevo capirlo subito che questo salto indietro nel tempo in un'epoca in cui per rubare un bacio ci si nascondeva dietro il pagliaio, ci avrebbe inevitabilmente portato a fare i conti con la condizione femminile e il ruolo della donna nella società! Insomma, di ritorno da questa bellissima serata organizzata dalla cooperativa sociale Il Poliedro, mi rimane insieme al fascino per il gusto, le abitudini, i valori di un nostro passato popolare, anche una certa incazzatura ( si può scrivere incazzatura in un blog?) per questa incessante ricerca d'uguaglianza fra uomo e donna anche ( e soprattutto) se si parla di "amore" con la a maiuscola o minuscola che sia!
Ma rapita dall'affabulazione del cantastorie Bigi, non me ne curo inizialmente e mi lascio trasportare dai racconti a Venezia, nell'atmosfera ironica ed erotica della commedia La Betìa di Ruzante.  Anche questa una tenzone d'amore tra il contadino Zillio e la Betìa, dove le metafore, i temi, i toni, le immagini, anziché attingere al mondo dello spirito, dell'angelicato, del paradiso, attingono alla ruspante concretezza contadinesca della materialità quotidiana, al corporale, al sensibile, all'animalesco. Ecco piano piano, ricordando l'Historia de duobus amantibus di Enea Silvio Piccolomini e la incredibile storia del duca Vincenzo Gonzaga e della sua "verga", ci avviciniamo sempre più al tema della serata: l' amore presso il popolo contadino di 100 anni fa. Qualcosa di animalesco. Inutile girarci atttorno, dice Tommaso Bigi, la donna era considerata al pari di una bestia da acquistare al mercato. 
Ma anche in questa situazione di assoggettamento, forse c'era spazio per i sentimenti.
Tommaso ci parla di un amore fatto di sguardi e avvicinamenti alle veglie, sull'aia, alla messa, un amore consumato nella stalla,  nel bosco mentre la donna pascolava le pecore ( ma in questo caso molto spesso era una violenza e la colpa era sempre della donna consenziente), nei campi, e poi più avanti, amore sulla lambretta o nella 500. 
Ma in tempo di guerra o dopopguerra, quando gli uomini emigravano, ci si sposava anche per procura. Moglie e buoi dei paesi tuoi! Non fa una piega! E così a molte donne capitava anche di sposarsi con uno sconosciuto ... neanche presente alla cerimonia!
Veniamo pertanto ai racconti dei matrimoni e di tutta la ritualità che li accompagnava: il fidanzamento, i complimenti ( regali fra parentado), il pranzo rigorosamente preparato dalla sposa, il corredo, la dote, la serenata e poi la gravidanza, il parto, la quarantena. Una vita difficile per la donna! 
Durante la serata ci vengono offerti i confetti, gli zuccherini ( dei dolci a forma di anello fatti con farina, acqua, anice), beviamo il rosolio, osserviamo e ascoltiamo Giuseppina e Francesca, ricamatrici della ditta Busatti, che ci dimostrano il lavoro al tombolo e i loro manufatti pregiati e antichi...ridiamo e scherziamo con gli aneddoti di Tommaso sulle prime notti di nozze, e addirittira arrivano anche due "sonatori" con la fisarmonica, il clima della serata è squisito, si fa dolce e nostalgico ma a me viene una gran tristezza ...perchè non riesco a vedere nessun segno di emancipazione per queste donne di cui abbiamo narrato tutta la serata, per queste che sono state anche le mie nonne
Ma per fortuna una speranza mi arriva, quando Tommaso ricorda cosa portavano con se le donne quando si trasferivano a casa del futuro marito:
il credenzone con il corredo, la macchina da cucire, e la BICI!!! EVVIVA! Finalmente un segno di emancipazione!
La testa mi si riempie di immagini di donne in bicicletta: suffragette, staffette partigiane, eroine che si battono per il diritto di voto e la libertà...fino ad oggi ! Penso alla bambina saudita Wadjda sulla sua bicicletta verde: un film che racconta di un paese dove le donne, ancora oggi, non possono guidare l’auto, votare, lavorare sotto retribuzione, sposarsi senza il consenso del padre. Quasi 150 anni dopo, la bicicletta ancora non ha esaurito la propria forza emancipatrice nei confronti del genere femminile! 
Questa serata al museo Le Garavelle assume il valore di tenere viva la memoria per non dimenticarsi le lotte femminili per ottenere il riconoscimento della piena dignità! Almeno per me questo ha significato e sono orgogliosa di esserci stata!
 
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